Prima di chiedere a nostro figlio di crescere, chiediamoci quanto spazio gli lasciamo per essere bambino.
I bambini non sono progetti da completare.
Li osserviamo e, quasi senza accorgercene, misuriamo.
Parla già? Dorme tutta la notte? Mangia da solo? È autonomo?
E quando qualcosa non corrisponde alle nostre aspettative, ci chiediamo subito come intervenire. Come possiamo aiutarlo a migliorare, a fare prima, a diventare più autonomo.
È comprensibile. Desideriamo il meglio per i nostri figli.
Possiamo, però, fermarci e farci una domanda diversa: se mio figlio non avesse bisogno di essere più bravo, più avanti, più autonomo? Se avesse bisogno, semplicemente, di più tempo?
Il tempo dei bambini
Il tempo dei bambini raramente coincide con quello degli adulti.
Noi abbiamo fretta. Abbiamo il lavoro, la cena, la porta dell’asilo che sta per chiudere. E allora diciamo: “Dai”, “Fai presto”, “Forza”.
Li aiutiamo a vestirsi perché facciamo prima. Rispondiamo al posto loro perché sappiamo già cosa vogliono dire.
A volte facciamo per loro ciò che potrebbero imparare a fare da soli.
Non perché non crediamo nelle loro capacità, ma perché non abbiamo tempo di aspettarle.
Eppure ogni bambino ha il proprio ritmo. C’è chi ha bisogno di più tempo per parlare, per separarsi, per affrontare una novità.
Non sempre quel tempo in più è un problema da risolvere.
A volte è semplicemente il suo tempo.
Le parole che restano
C’è poi un altro modo con cui rischiamo di anticipare il futuro dei nostri figli: le parole.
“È timido”.
“È testardo”.
“È sensibile”.
Sono frasi che utilizziamo per descriverli, ma una definizione ripetuta più volte può diventare un’identità.
Un bambino che sente di essere definito “timido” può iniziare a pensarsi come un bambino che non sa stare con gli altri.
Forse possiamo cambiare le parole e non renderle delle etichette.
Non “sei timido”, ma “vedo che oggi fai fatica a entrare in questa situazione”.
Non “sei capriccioso”, ma “vedo che questa cosa ti sta facendo arrabbiare”.
Perché quello che un bambino fa oggi non deve necessariamente diventare ciò che pensa di essere.
Prima la relazione
Forse abbiamo imparato a guardare troppo ciò che un bambino sa fare e troppo poco come sta mentre lo fa.
Un bambino non è il suo linguaggio, il suo sonno, il modo in cui mangia.
Sono informazioni importanti, ma non sono il bambino.
Prima della prestazione c’è una persona.
E prima di chiederci “come posso correggere questo comportamento?”, possiamo chiederci: “Che cosa sta vivendo? Che cosa sta cercando di comunicarmi?”
Educare non significa aggiustare!
Non ogni difficoltà deve essere eliminata. Non ogni emozione scomoda deve essere risolta.
E se non dovesse essere “più”?
Viviamo in un tempo in cui anche l’infanzia rischia di diventare una corsa al miglioramento: stimolare, potenziare, anticipare, preparare.
Un bambino non è una gara.
Può annoiarsi. Può fallire. Può fare una cosa lentamente. Può avere paura. Può non essere il migliore.
La crescita non avviene soltanto quando insegniamo qualcosa. Avviene anche quando lasciamo spazio perché qualcosa accada.
Il nostro compito non è spingere i bambini a diventare più in fretta ciò che saranno.
È accompagnarli, rispettando il loro tempo, senza imprigionarli nelle nostre aspettative.
Lasciamo andare il “Perché non lo fa ancora?” e domandiamoci “Che cosa mi sta chiedendo mio figlio, proprio adesso?”
Potremmo scoprire che non ci sta chiedendo di farlo crescere più in fretta.
Forse ci sta chiedendo semplicemente di guardarlo meglio.
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