CHE COS’È L’ALIMENTAZIONE SELETTIVA?

L’alimentazione selettiva non deve essere confusa con le normali preferenze che ogni bambino, così come ogni adulto, esprime né tantomeno con l’avere gusti particolarmente difficili (comunemente definito “essere schizzinosi”).
Si può parlare di alimentazione selettiva quando un bambino presenta un costante evitamento o rifiuto di alcuni cibi basato su caratteristiche sensoriali come: gusto, odore, consistenza, aspetto, colore, temperatura e particolare sensibilità ad ogni minima variazione di queste qualità. Questo comporta l’assunzione di una gamma ristretta di cibi preferiti (solitamente circa cinque o sei), che assume senza difficoltà, spesso con predilezione per i carboidrati.

Quando i bambini crescono possono prediligere alcuni cibi anche in base alle marche (o scatole che li contengono), a chi li prepara (ad es. mangiano solo il cibo preparato dalla mamma, rifiutandosi di assumere alimenti a scuola, al ristorante, a casa di amici ecc.), ai luoghi di consumo (ad es. mangiano solo a casa).
Ne consegue che qualsiasi nuovo alimento viene rifiutato con un’eccessiva riluttanza, con resistenza, ansia e sforzi di vomito.

La gamma di cibi assunti è così ristretta da comportare: ripercussioni sulla crescita e sull’aumento ponderale previsto, perdita di peso significativa, deficit nutrizionale, ritardo nello sviluppo orale-motorio (soprattutto quando la selettività riguarda le consistenze ed il bambino si limita ad assumere alimenti sotto forma semiliquida o semisolida).
Inoltre, questo può avere ricadute sul funzionamento sociale del bambino (il quale può, ad esempio, evitare di partecipare a compleanni, gite scolastiche, pigiama party, feste di fine anno ecc.).

È evidente che questa condizione, che richiede un intervento ed un supporto da parte di esperti, si discosta da quelle situazioni in cui i bambini, pur assumendo un numero limitato di cibi, non presentano ripercussioni sulla loro crescita ponderale e staturale. Si può, infatti, immaginare un continuum che, prima di arrivare alla selettività vera e propria sopra descritta, va dall’essere semplicemente schizzinosi (es. non mangiare alcuni tipi di verdura, carne, frutta o altro) passando attraverso una riduzione graduale del numero e del tipo di cibi assunti.
Spesso, quindi, questi bambini godono di un normale sviluppo e di buona salute e la situazione tende a risolversi spontaneamente con la crescita, con l’aiuto dei genitori e con il crescente bisogno di conformarsi al gruppo dei pari e di partecipare alle occasioni sociali. In altri casi, invece, l’aiuto viene richiesto in età più avanzata proprio per le limitazioni sociali che questa difficoltà può causare.

Per avere un quadro più completo della situazione è possibile porsi ulteriori domande:

  • Quanti anni ha il piccolo? Diverse età corrispondo a differenti capacità e difficoltà. È importante sapere, ad esempio, che dai 18 mesi il piccolo vive una fase di “paura” nei confronti dei nuovi alimenti. Per nuovi non si intende solo l’alimento di per sé, ma anche la forma in cui viene proposto. Nulla di preoccupante: è una condizione fisiologica, un sistema di difesa ancestrale che il cucciolo di uomo, iniziando a camminare, mette in atto per difendersi da cibi potenzialmente velenosi, quegli alimenti che considera poco conosciuti e di cui non si fida. Pertanto, in questa fase, è naturale riscontrare una difficoltà nell’introduzione di nuovi cibi: questo non significa, però, evitare di tentare!
  • Cosa viene offerto al bambino e in quale forma? Offrire sempre le stesse proposte limita il campo di esperienza del piccolo in ambito alimentare. Infatti, se il bambino non è abituato alla proposta di cibi diversificati tra loro, non si può parlare di alimentazione selettiva ma, semplicemente, di mancanza di esperienza! Il 1° anno di vita rappresenta una “finestra di opportunità” per far conoscere al piccolo alimenti diversi preparati in forme differenti. Proporre sempre omogeneizzati o cibo frullato, vegetali dolci, non faciliterà i passi successivi. Meglio introdurre anche le verdure amare, diverse consistenze e, se accettato dalla famiglia, far toccare con mano gli alimenti per sviluppare le sue abilità ed un rapporto di maggiore fiducia nei confronti del cibo. Arrivati ai primi rifiuti, prima di gettare la spugna, è buona norma proporre l’alimento almeno 10 volte, con una cadenza di circa una o due volte a settimana, alternandolo con altri cibi, proponendolo in più forme, senza nasconderlo: si può provare a cambiare la consistenza, il sapore, l’aspetto, l’odore, etc.
  • Cosa mangiano gli altri componenti della famiglia davanti a lui? Un cibo poco accettato dai genitori sarà difficilmente assunto dal piccolo. Differenti studi, infatti, dimostrano quanto l’esempio dell’altro, la componente sociale dell’alimentazione, sia un elemento importante nelle scelte alimentari. Inoltre, la probabilità che si imitino persone a noi vicine (es. genitori, fratelli o sorelle, amichetti) è molto elevata, quindi il buon esempio prima di tutto!
  • Quali sono le mie aspettative? Se non si mangiano tutte le verdure non significa seguire un’alimentazione poco varia, non salutare. Se così fosse la quasi totalità dei bambini e degli adulti rientrerebbe in questa casistica.

    Tutti questi interrogativi possono aiutare ad avere un quadro più completo della situazione e trovare le risposte più adatte in base al contesto familiare.

QUALI STRATEGIE SI POSSONO UTILIZZARE PER FAVORIRE L’INTRODUZIONE DI NUOVI CIBI?

Di seguito vengono riportati alcuni esempi da utilizzare a tavola. Innanzitutto, si può partire da un alimento che fa già parte della dieta del bambino avvicinandosi ad un altro cibo gradualmente.

Se il piccolo rifiuta gli alimenti in base al loro colore, ad esempio il rosso, si può attenuare la sua intensità utilizzando un alimento accettato (considerato, quindi, sicuro da parte del bambino): si può mescolare un po’ di fragola frullata con dello yogurt bianco, aggiungendone un po’ alla volta, fino a proporre anche la fragola in pezzi nello yogurt e la fragola da sola. Per bimbi con maggiori difficoltà si può partire anche da uno yogurt alla fragola oppure della composta di fragole, delle opzioni meno salutari, ma che possono rappresentare un punto di partenza più adeguato per il piccolo.
Se il bambino non accetta alcuni alimenti in base al loro aspetto, si può avvicinare l’alimento ad un cibo conosciuto assunto dal bambino. Il piccolo non mangia le melanzane? Si può provare a tagliarle a stick togliendo la buccia, come una patatina fritta ed insaporirla con varie spezie. Nel tempo si potrà evitare di togliere la buccia, utilizzare cotture più salutari per avvicinarsi un po’ alla volta alla forma più semplice e riconoscibile della melanzana.
Il rifiuto riguarda le consistenze? Si può provare a partire dalle consistenze più facilmente accettate per poi passare a quelle più complesse, cercando di non mescolare, almeno inizialmente, consistenze diverse (come nel caso dei grumi mescolati con un qualcosa di liquido). Alcune volte può essere d’aiuto far notare le somiglianze e le piccole differenze tra alimenti molto simili, per avvicinare il bambino con maggiore facilità ad un nuovo alimento: si potrebbero mettere nello stesso piatto delle patatine in busta vicino a delle chips di carote.
Conoscere l’alimento in un altro contesto potrebbe essere un’altra opzione da tenere in considerazione: disegnare, leggere una storia, andare a fare la spesa insieme sono solo alcuni esempi.

COSA È MEGLIO NON FARE?

Non costringere il bambino ad assumere l’alimento tramite punizioni (“Se non mangi gli spinaci, non guardi i cartoni animati”) o dei premi (“Se mangi gli spinaci, ti compro la bambola”). Utilizzando queste strategie il momento del pasto si trasformerà in un campo di battaglia in cui litigate, contrattazioni e quant’altro prenderanno il posto di tutti quegli aspetti fondamentali che fanno parte della convivialità del pasto.

Non nascondere il cibo che si vuole introdurre in altri cibi: bisogna agire senza inganni. Il bambino, ad esempio, deve sapere che all’interno della polpetta è presente l’alimento rifiutato. Il piccolo deve fidarsi del pasto proposto dall’adulto.

Non perdere la calma o la pazienza se il cibo non viene assunto: il nervosismo e la rabbia non favoriscono il comportamento alimentare. Il piccolo, per diversi motivi, potrebbe non finire oppure neanche assaggiare quell’alimento, ma questo non influirà sul suo stato di salute se a tavola vengono proposti pasti completi che, almeno in parte, vengono accettati.

Non pretendere che il bambino assuma grandi quantità del nuovo alimento: anche un piccolo assaggio sarà già un grande traguardo!

 

Dr.ssa Giada Giorgio

Dr.ssa Giada Giorgio

Psicologa, laureata in Scienze del Corpo e della Mente presso l'Università di Torino

 Formata nell’utilizzo delle tecniche cognitivo-comportamentali e di rilassamento, in mindfulness e mindful eating, nell’intervento cognitivo comportamentale su: disturbi dell’alimentazione in adolescenza ed obesità.

Dr.ssa Sara Pesaresi

Dr.ssa Sara Pesaresi

Biologa nutrizionista, laureata in Scienze dell'alimentazione e della nutrizione umana presso l'Università di Perugia

Si occupa di percorsi individuali o di gruppo trattando vari argomenti tra cui alimentazione complementare, allattamento, gravidanza, alimentazione in famiglia e disturbi alimentari.