Diventare genitori è un’esperienza totalizzante che accomuna tutti, mossa dal desiderio universale di dare vita e futuro a un nuovo legame. Per gli adulti adottati, questa scelta non differisce da quella di chiunque perché nasce dalla volontà di formare una famiglia e dal piacere della genitorialità.
Eppure, quando a diventare genitori sono adulti adottati, questa esperienza può assumere sfumature particolari, più profonde e talvolta inattese. È ciò che emerge dalla ricerca sulla genitorialità degli adulti adottati condotta dalla dottoressa Paola Di Natale, studentessa di Psicologia all’Università di Pavia.
Attraverso 30 interviste online a donne e uomini tra i 30 e i 75 anni — tutti adottati e genitori di almeno un figlio biologico — lo studio ha raccolto racconti, riflessioni e vissuti che raramente trovano spazio nel dibattito pubblico. Ne emerge un quadro intenso, umano, che la stessa ricercatrice definisce “commovente”: un mosaico di esperienze in cui la nascita di un figlio non è solo l’inizio di una nuova storia, ma talvolta anche un momento di rilettura profonda della propria.
Desiderio di maternità e paternità negli adulti adottati: aspettative e ferite interiori
Innanzitutto, gli intervistati hanno dichiarato che la maternità o la paternità abbia rappresentato una riparazione ad una ferita che si portavano dentro. Questa non è una risposta causale perché, nonostante le diverse esperienze di ognuno, gli studi di psicologia e di psicoterapia dimostrano che i minori adottati celino una forte sindrome dell’abbandono. Questa condizione può avere conseguenze sull’autostima, sulla concezione di sé, sui rapporti interpersonali e se non “trattata” nel modo corretto, può causare anche problematiche come la depressione, ansia e autolesionismo.
Colpisce proprio questo della ricerca: che con la nascita di un figlio biologico tanti intervistati abbiano trovato una calma e una serenità che prima non avevano sentito, almeno non in modo così intenso.
Scrive nella sua tesi di laurea la Di Natale: “Una madre mi ha detto: « […] nel momento che sono diventata mamma, la prima cosa che ho pensato è stata: “Questo ora è un frutto mio veramente, questa è una cosa che mi appartiene, nel vero senso della parola”. In queste parole c’è il bisogno di radici, ma anche il desiderio di vivere un legame che nessuno può mettere in discussione. […] In questa dimensione, la genitorialità non è solo un ruolo, ma un atto di riscrittura: attraverso i figli, molti cercano continuità, radici, una genealogia finalmente stabile.”
Memoria e adozione: come la nascita di un figlio riattiva i ricordi dell’infanzia
Il secondo elemento emerso dalla ricerca della Di Natale ci parla di riattivazione. Stando alle risposte degli intervistati, tanti ricordi che prima erano sopiti o dimenticati con il parto, con i primi vagiti del bambino, con la prima poppata e tanti altri step è come se fossero tornati vividi nella mente. La protezione, la cura, l’esserci, la capacità di donare affetto incondizionato è come se in molti abbia portato a ricordare episodi, momenti e sensazioni legate all’infanzia che prima erano dimenticate.
Secondo un nuovo studio della Memorial University of Newfoundland condotto su dati raccolti in oltre 20 anni, i primi ricordi della propria vita risalgono all’età di due anni e mezzo, ovvero prima di quanto stabilito da ricerche precedenti condotte sull’argomento che invece li collocavano attorno a questa età. Anche i genitori adottati confermano questa tesi, ammettendo di ricordare momenti in cui erano neonati o addirittura episodi di quando hanno iniziato a gattonare o emettere i primi suoni con la bocca e la voce.
Leggiamo sempre la ricerca della studentessa di Pavia che scrive: “Anche in assenza di ricordi espliciti, il corpo ricorda e influenza lo stile affettivo-relazionale adulto. In alcuni racconti, l’inappetenza infantile o le difficoltà legate al corpo non appaiono solo come comportamenti, ma come somatizzazioni della mancanza di relazione: il nutrimento fisico si intreccia a quello affettivo, caricando l’atto del mangiare di ambivalenze emotive. Queste memorie silenziose si attivano spesso nella relazione con i figli, rendendo visibile quanto l’adozione non appartenga solo al passato.”
Raccontare la storia dell’adozione ai figli
Un altro fattore che riguarda il rapporto adulti adottati che diventano genitori e figli è l’aprirsi proprio con questi ultimi. Quando si parla di aprirsi, non ci si riferisce in questo caso alle semplici confidenze quotidiane, ma al rivelare la propria storia di adozione. Tanti hanno dichiarato che l’idea di rivelare di essere stati adottati li metteva molto a disagio, come se se ne vergognassero. Altri invece dicono di aver affrontato il tema con assoluta tranquillità e serenità, venendo accolti allo stesso modo. Colpisce infatti che la maggior parte abbia detto che “dirlo è stato come togliersi un peso” perché spiegare a un figlio da dove vieni, la tua storia, le tue difficoltà, soprattutto emotive e psicologiche non è un’impresa da poco.
Genitorialità e desiderio di mettere ordine nella propria vita
Un’altra caratteristica nella storia dei genitori adottivi è il ruolo della psicoterapia. Secondo la ricerca di Di Natale, il rapporto degli adulti adottati con la psicoterapia oscilla tra la resistenza – dovuta alla paura che scavare nel passato possa scardinare i propri equilibri – e la trasformazione profonda. Se per alcuni l’autosufficienza funge da scudo, per molti la genitorialità diventa la spinta decisiva per chiedere aiuto: il desiderio di proteggere i figli dalle proprie ferite irrisolte trasforma la terapia in un luogo sicuro dove integrare il trauma dell’abbandono nella propria identità.
Dalla ferita alla resilienza: come l’esperienza dell’adozione può trasformarsi
Queste esperienze offrono una lezione preziosa per il futuro perché permettono ai genitori di distinguere la propria storia da quella dei figli, trasformando la fragilità in una risorsa relazionale basata sull’apertura e sul superamento dei segreti e insegnano ai professionisti la necessità di interventi precoci e di spazi di ascolto specifici per gli adulti adottati (e non solo).
In definitiva, un lavoro clinico generazionale permette di spezzare i cicli del trauma, trasformando l’adozione da ferita aperta a fonte di resilienza e nuovo significato.





